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Introduzione
(breve, prometto!)
Questo piccolo
libro vuole spiegarti come si scrive una storia. Perché tu forse
non lo sai ancora, ma scrivere una bella storia non è affatto
difficile. Basta metterci una tua idea iniziale, seguire passo per passo
le regole principali che scopriremo, e… via! Sei partito verso
la tua prima vera storia!
Non ti posso promettere di diventare uno scrittore, da grande. Sarebbe
troppo, perché solo pochi possono veramente diventare grandi
scrittori. Grandi scrittori si nasce (prima) e si migliora lavorando
come dei pazzi (dopo). E poi, in fondo è giusto che per ogni
grande scrittore ci siano migliaia di lettori. Se tutti diventassimo
scrittori, chi leggerebbe poi i nostri libri?
Però noi tutti, tu compreso, possiamo diventare bravi inventori
di storie, quello sì. Non ci credi?
Invece sì, è così. Per iniziare, possiamo dire
che una bella storia è fatta di pochi ingredienti:
• almeno
un’idea (meglio due o tre, ma non è necessario)
• un certo numero di parole che sviluppano questa idea dall’inizio
fino alla fine
• un ordine in cui mettere queste parole
Allora dobbiamo
parlare prima di tutto delle idee. Per farlo, non c’è niente
di meglio che inventare un bel titolo:
Capitolo
1
Le idee
Le idee sono strane.
Vengono quando meno te lo aspetti. Saltano fuori dagli angoli più
strani della tua mente. Non puoi controllarle. Possono essere belle,
possono essere brutte. Possono stravolgerti, colpirti come un fulmine,
convincerti lentamente oppure possono anche decidere che devi essere
tu a scoprirle. Puoi anche non capirle affatto! A volte si nascondono
nei sogni, altre volte si travestono. Ti vengono mentre mangi, quando
stai leggendo, mentre parli, magari quando sei in bagno (non ridere,
ma pare che sia un posto famoso per avere idee!), quando stai per addormentarti
e persino quando dormi. Chissà, forse non siamo affatto noi a
creare le idee. Magari sono loro che viaggiano in cerca della persona
giusta! In fondo diciamo “mi è venuta un’idea”,
e non: “ho creato un’idea.” Insomma: fanno un po’
quello che vogliono, le idee.
Comunque sia, vediamo adesso di mettere ordine nelle idee:
1) Ci sono idee
che sono come uccelli fantasma colorati che ti sfrecciano davanti così
veloci che non hai il tempo di vederle bene, di coglierle, e quando
ti sei reso conto che era un’idea lei è già sparita
dietro agli alberi e così non ti rimane nient’altro che
una vaga sensazione di qualcosa di colorato. Ci sono tante idee di questo
tipo, e capitano a tutti, ogni giorno. Solo che servono a poco.
2) Alcune ti si avvicinano danzando nell’aria come fossero farfalle
rare, si posano su un fiore, chiudono le ali e stanno lì tremolanti,
e tu hai il tempo di guardarle abbastanza da vicino, di studiarle e
di capirle. Quelle sono le idee che hanno scelto te, proprio te tra
tutte le persone del mondo! Sarebbero le idee più comode da avere,
ma purtroppo sono poche e capitano a pochissimi.
3) Altre ancora sono come trote guizzanti sotto la superficie di un
ruscello di montagna: vedi solo delle ombre trasparenti che si muovono,
ma non ne capisci niente, e se ti avvicini, sono già scappate
via e tu hai perso l’idea. Se invece vuoi, puoi imparare a catturarle,
ma per farlo dovresti impegnarti, avvicinarti con la massima cautela
e così lentamente da non farle spaventare, altrimenti scappano
via e non le trovi mai più. Ma la pazienza non è un dono
che tutti abbiamo…
4) Poi c’è l’ultimo gruppo di idee. Sono idee immobili,
grosse, dure e grigie come una pietra sul pendio della montagna. Ti
ci puoi persino sedere sopra, tanto pensi che non si muoverebbe nemmeno
con la dinamite. Ti chiederai: “Che me ne faccio di una stupida
pietra? Non è nemmeno un’idea, quella lì, non è
vero?” Invece sì, sono idee anche quelle. E sono anche
più facili da sviluppare quando non si sa ancora scrivere. Pensa
solo cosa succederebbe se quella pietra dovesse cominciare a scivolare
giù per il pendio… Inizierebbe a rotolare, prenderebbe
velocità, sbatterebbe contro altre pietre facendole muovere,
diventerebbero sempre più numerose e rumorose fino a formare
una grossa frana, e mentre guardi giù nella valle sotto di te,
improvvisamente ti accorgi che un gruppo di uomini sta seguendo il sentiero
che porta su al rifugio di montagna, e ora una cascata enorme di pietre
sta scivolando, rotolando, il pendio è un fiume di massi che
sbattono con violenza uno contro l’altro, puntando dritto verso
quegli uomini, e tu ora hai paura che i poveretti non riusciranno a
salvarsi, che saranno uccisi dalla frana, e così cominci ad urlare,
gridare, agitare le braccia, ma loro non ti sentono, non guardano, sono
troppo lontani e…
Ma non dicevi che era un’idea da niente, quella della pietra?
Allora non importa
solo quanto siano colorate le idee, ma anche e soprattutto come le userai
e come le metterai assieme.
Ci vuole un’idea, ma non necessariamente un’idea grande,
immensa, geniale, unica, pazzesca… Quelle appartengono ai geni,
ai grandi artisti della storia, agli inventori, insomma: gente veramente
speciale. A te invece basta una idea piccola e normale: devi solo coglierla,
catturarla, farla tua e lavorarci un po’. Poi, col tempo scoprirai
che dentro di te ci sono ancora tante altre idee. Le tue idee basteranno
a riempire un libro con mille storie!
Ancora un’ultima
cosa, prima di iniziare: lavorare con le tue idee non è un duro
lavoro. È un divertimento. Non ti fa sudare. Il giorno dopo non
ti fanno male le gambe come dopo una partita di calcio o pallavolo.
Se fa qualcosa, al massimo ti fa sentire bene dentro, perché
hai svegliato la tua fantasia.
Non ci credi ancora? Hai paura di non avere idee? Credi che le abbiano
soltanto le persone famose, i grandi scrittori, quelli che scrivono
i libri con le copertine belle e colorate che vedi in libreria e in
biblioteca?
Spero che questo corso ti dimostrerà che non è così.
Per scoprirlo, non ci rimane altro che iniziare.
…..
Ciao!
Io sono Sibissibis, un serpente giallo striato di rosso! Ma prima di
diventare Sibissibis, e prima ancora di diventare un serpente, non c’ero
proprio. Non esistevo da nessuna parte.
Un bel giorno un bambino che si chiama Andrea, e che all’epoca
aveva quattro anni, ha deciso di fare un disegno. Semplicemente così,
aveva voglia di disegnare. Si è seduto al tavolo in cucina, ha
preso i pennarelli ed un foglio di carta, ha guardato un attimo il foglio
bianco e poi, con il pennarello rosso, ha cominciato a disegnare la
forma di un serpente. Poi ha preso il giallo e mi ha colorato il corpo.
Alla fine sono diventato come mi vedete qui sopra. Bello, vero?
Dunque sono, prima di tutto, un’idea. Senza l’idea di Andrea,
non sarei un serpente, e se non mi avesse disegnato, non avrei nemmeno
preso quel nome buffo e strano: Sibissibis.
La storia del mio nome è ancora diversa. Il papà di Andrea
fa le fotocopie, e visto che gli piacevano tanto i disegni di Andrea,
ha deciso di utilizzare i dodici disegni più belli per fare un
calendario. Un disegno per mese, con sotto i giorni dei vari mesi, in
modo da poterlo mettere alla parete come un vero calendario. E per Natale
ha regalato uno di questi calendari a tutti i suoi amici, tra i quali
anche un signore che lavora con le idee, visto che scrive storie e libri
per bambini.
A quel signore il calendario era subito piaciuto, l’aveva appeso
in cucina e lo guardavo spesso mentre mangiava. Ogni volta pensava:
“Ma guarda un po’ che bei disegni che ha fatto Andrea!”
E i mesi passavano. Al primo di ogni mese doveva girare la pagina del
calendario e il disegno cambiava.
In quel tempo non avevo ancora il mio nome. Esistevo come forma, ero
già bello e giallo con le striature rosse, ma ero senza nome
e non avevo ancora una mia storia personale. Ero solo un disegno sulla
pagina di agosto di un calendario, e basta. Finito agosto sono finito
sotto il disegno di settembre e pensavo di essere stato dimenticato.
Poi, un pomeriggio verso le 2, dev’essere stato fine ottobre,
quel signore che scrive storie si è alzato dalla sedia, è
andato a staccare il calendario dal muro, lo ha sfogliato fino a quando
ha trovato la mia immagine, l’ha guardata per un minuto, ha detto:
“ah!” e poi è corso in salotto a scrivere. La mia
storia gli era venuta così, semplicemente in un attimo, senza
pensarci due volte. Lui si è messo alla scrivania con il mio
disegno in bella vista e ha scritto la mia storia. Dopo due ore era
fatta, e mi ha trovato pure il nome: Sibissibis.
Da quel momento ho una forma, un nome e una storia.
Sibissibis, il Sesto Serpente Sacerdote Sapiente, sapeva tutto. Sapeva
dei sassi. Sapeva della sabbia. Aveva studiato il Sahara nella Scuola
Sacerdotale. Il Sahara era suo, Sibissibis sapeva tutti i suoi segreti,
sapeva dove stava il sud ed aveva capito il senso del sole splendente.
Sibissibis strisciava sulla sabbia. Sibissibis, un serpente giallo con
striature rosse, avanzava strisciando sulla sabbia verso sud. Strisciava,
e al passaggio delle sue squame, la sabbia cantava una musica che sembrava
lo strusciare della seta.
Erano le sei di sera. Sibissibis strisciava su per la grande duna, svoltava
a sinistra, seguiva l’ultima salita per poi fermarsi sulla cresta
della duna. Osservava silenziosamente la Casa Solitaria sul fondo della
grande duna.
Solo i Sei Serpenti Sacerdoti Sapienti potevano andare alla Casa Solitaria.
Solo loro, nessun altro serpente. Un serpente normale sarebbe sparito,
sciogliendosi nel pozzo del sole. Sarebbe sparito per sempre. Semplicemente
così: sparito. Lo si sapeva. Tutti i serpenti delle case sotterranee
lo sapevano.
Ecco perché i serpenti comuni oggi stavano a casa, ansiosi di
sapere cosa sarebbe successo, poiché era la sesta settimana.
Aspettavano silenziosi per sapere cosa sarebbe venuto attraverso il
Pozzo del Sole, sommersi nelle loro case sotto la sabbia del Sahara.
I sei Serpenti Sacerdoti Sapienti ci potevano andare, sì, ma
non tutti e sei assieme. Solo singolarmente, uno ogni sei settimane,
e solo uno dei Sei Serpenti Sacerdoti Sapienti. Essi seguivano l’ordine
stabilito. L’ordine del sesto passaggio attraverso il Pozzo del
Sole.
La Casa Solitaria aspettava silenziosa sotto il sole. Presto sarebbe
calata la sera.
Sibissibis stava
immobile sulla duna ad osservare la Casa Solitaria. Guardava il sole
abbassarsi sull’orizzonte per poi scivolare lentamente verso il
basso, verso la Casa Solitaria.
La Casa Solitaria stava in silenzio, quasi sommersa dalla sabbia per
le tempeste dei secoli passati. Sassi e grosse pietre squadrate sul
fondo giallo del Sahara. Pietre scolpite secoli fa dalle sapienti mani
di un popolo sparito senza lasciare altro che non la Casa Solitaria.
Un luogo sacro, sede del Pozzo del Sole.
Sibissibis si avvicinava allo stipite dell’ingresso strisciando
silenziosamente. Grossi mucchi di sabbia avevano invaso l’interno
della casa attraverso le nude fessure delle finestre.
La stanza dove si trovava il Pozzo del Sole era subito a sinistra, appena
superata la soglia dell’ingresso. I soli segni visibili sulla
sabbia dovevano essere di Abbassabba, il quinto Serpente Sacerdotale,
in visita alla Casa Solitaria sei settimane fa, l’ultimo dei prescelti
ad avere vissuto il passaggio.
Sibissibis s’avvicinò al Pozzo del Sole. Strisciava tenendo
la testa bassa. Il sole stava tramontando dietro la duna di sabbia.
I suoi raggi splendenti stavano raggiungendo il bordo superiore del
Pozzo del Sole. Quando i raggi del sole raggiungevano il bordo superiore
del Pozzo del Sole, succedeva il passaggio. Era sempre stato così.
Sibissibis stava immobile sulla sabbia, la testa abbassata, a fissare
il Pozzo del Sole. Sibilava: “Santo Pozzo del Sole, Tu che sei
nella Casa Solitaria, Ti supplico che il Dono della settimana possa
essere interessante!” Era la solita preghiera che i sei Serpenti
Sacerdotali sibilavano aspettando il passaggio del dono settimanale.
Il sole si abbassava.
Siccome i doni spesso erano strani, i Serpenti Sacerdotali speravano
ogni settimana che toccasse a loro essere presenti al passaggio di un
dono veramente speciale. Speciale significava soprattutto che il dono
fosse trasportabile. Se era troppo grosso, il serpente presente al passaggio
non sarebbe stato in grado di trasportarlo sopra la duna ed il deserto
fino alle case sotterranee. In tal caso doveva lasciare il dono nella
stanza del Pozzo del Sole e tacere agli altri serpenti su che cosa fosse
arrivato. Sulla parete sud della stanza, una sfilza di oggetti, troppo
grossi per essere trasportati da un Serpente Sacerdotale, stava su scaffali.
Per qualche secondo, Sibissibis fissò gli oggetti. Erano strani,
di forme sconosciute, spesso indescrivibili per un serpente.
Il sole, attraverso la fessura ad ovest, adesso faceva splendere il
Pozzo del Sole. Il Pozzo del Sole si stava attivando. La sua ombra frastagliata
si muoveva sulle lastre di pietra. Il silenzio si ruppe.
“SSSSHHHH.”
Sibissibis trattenne il respiro. Un oggetto giallo sbatté sulla
grossa lastra di pietra sotto il Pozzo del Sole.
L’oggetto era giallo. Giallo come Sibissibis, ma con strani disegni
e con scritte in rosso e nero. Era lungo circa un quarto della lunghezza
di Sibissibis, a sezione rotonda con una sfera gialla sulla punta di
destra.
Il sole adesso si stava abbassando in fretta, scivolando silenziosamente
verso il basso. Passarono pochi secondi, ed il Pozzo del Sole si spense.
Sibissibis osservò lo strano tubetto giallo. Nonostante dovesse
essere abituato a questa situazione, era teso ed agitato, come sempre
subito dopo il passaggio settimanale. Erano oggetti sacri, ma pur sempre
strani, sconosciuti, mandati da esseri superiori per servire al popolo
dei serpenti.
Sibissibis sapeva leggere, conosceva i segni superiori della Sacra scrittura
dei serpenti. Era un Serpente Sacerdotale!
Si avvicinò al tubo giallo e lo spinse delicatamente con la testa
per spostarlo. La superficie del tubo era semitrasparente e abbastanza
morbida. Scritte e disegni coprivano una striscia di carta gialla. Forse
Sibissibis sarebbe riuscito a capire le scritte. Il tubo si mise a rotolare
sulla lastra di pietra e si fermò. Ora le scritte erano visibili.
Sibissibis, il sesto Serpente Sacerdotale, lesse:
“A solvent free, non-toxic liquid glue”, stava scritto,
“ideal for collages, scrapbooks and much more. Turn the cap clockwise
and squeeze container & rub tip over paper or card.”
Sibissibis mosse la testa da destra a sinistra. Non sapeva cosa farsene
di questa strana lingua sconosciuta! Non assomigliava assolutamente
alla lingua dei serpenti, composta soprattutto di “s” e
di vocali. Ma sul tubo giallo c’erano altre scritte. Lesse:

Sibissibis scosse la testa in segno di tristezza. Questa lingua era
ancora più strana dell’altra! Qualche lettera lo faceva
pensare ad un tentativo di disegnare un serpente. Ma non scopriva nessun
senso nascosto nel testo. Sul tubo giallo c’era ancora un ultimo
testo. Il serpente lesse a voce alta, sibilando molto le “s”,
come fanno i serpenti:
“Colle transparente liquide, sans solvant” lesse, “idéale
pour coller papier, carton… de l’école au bureau.
Ôter l’embout tissu en tournant dans le sens des aiguilles
d’une montre. Presser légèrement le corps du stylo
pour coller come écrit.”
Sibissibis era disperato. C’erano parole simili alla lingua dei
serpenti, come “tissu” o “sans”, ma erano solo
simili. Rimasero senza senso.
Forse, i sei Serpenti Sacerdotali sarebbero stati capaci di studiare
questo testo sacro assieme per capirne il senso? Questa rimaneva l’ultima
speranza di Sibissibis.
Fuori, il sole stava sparendo dietro la duna di sabbia. La luce sarebbe
svanita presto!
“Su!” si disse Sibissibis sibilando. Lo disse sottovoce,
tra sé e sé, solo per farsi forza, “spicciati, se
no sarà buio!”
Prese il tubo giallo in bocca e si voltò. Strisciava sinuosamente
verso l’uscita, il tubo stretto tra i denti.
Sbatté la testa contro lo stipite di pietra scolpita. I suoi
denti si strinsero attorno al tubo, perforando la superficie semi-morbida
e trasparente.
Spaventato, Sibissibis inciampò sul tubo, scivolò sopra,
sentì un liquido bagnare il suo fianco sinistro, e fece uno scatto
indietro, dentro all’ingresso della Casa Solitaria.
Il tubo si mosse per qualche secondo, poi si fermò. Il liquido
trasparente uscì dai due stretti fori fatti dai denti di Sibissibis.
Sulla terra, si formava lentamente una pozza. Aveva uno strano odore.
Sibissibis rimase immobile ad osservare il liquido che usciva. Il sesto
Serpente Sacerdotale si era fermato nella classica posizione del serpente
che sta attento. Il suo corpo sinuoso formava due curve. In basso, sulla
pietra del pavimento, le due curve si toccavano. Così avrebbe
potuto scattare come una molla in caso di pericolo.
Ma il tubicino non dava segno di vita e non si mosse più.
Sibissibis tirò un sospiro di sollievo. Si sentì meglio,
dopo lo spavento. Stava per muoversi verso il tubo per prenderlo in
bocca e strisciare via, quando…
“Santissimo Spirito di tutti i sei Serpenti Sacerdotali!”
sibilò Sibissibis. “Cosa mi sta succedendo?!”
Non riuscì a muoversi! Le squame del suo corpo si erano appiccicate
nella parte bassa, e non si staccavano più.
Sibissibis sibilava, si muoveva, si scatenava, si contorceva, si rotolava
sulla soglia, senza il minimo risultato. Tutto era inutile. Rimase incollato
in due punti del suo lungo corpo sinuoso.
“E adesso?” si chiese disperato, respirando con affanno.
“Cosa succederà?”
Aspettava invano una risposta. La Casa Solitaria stava in silenzio.
Il Pozzo del Sole stava in silenzio. Il sole era sparito senza dargli
una risposta. Al suo posto, il buio avanzava e portava con sé
le prime splendide stelle. Sibissibis non riuscì proprio a staccarsi.
Rimase con due strette curve, proprio a metà del suo corpo flessibile.
“Se è quello il mio destino, oh Santo Pozzo del Sole!”
sibilò infine, quasi senza voce, “se è quello che
desideri, allora che sia così!” Singhiozzò: un serpente
disperato, tutto solo nell’immensa distesa di sabbia.
Quando si fu ripreso
un po’, tristemente, si avviava per la strada di casa.
Non strisciava più, Sibissibis, non si muoveva più come
un serpente. Non scivolava, non scorreva leggero sulla sabbia del Sahara.
Il passaggio delle sue squame non cantava più la solita musica
di seta che struscia. Saltellava goffamente in direzione di casa sua,
e ad ogni salto si sbilanciava e cadeva sul fianco destro o sul fianco
sinistro, con la testa nella sabbia. Ogni volta doveva tirarsi su faticosamente,
respirare alcuni secondi per poi spiccare il prossimo goffo salto.
Sulla soglia scolpita della Casa Solitaria, la colla stava seccando
sotto la fredda e sinistra luce delle stelle del Sahara.
Allora, se riuscite
a seguirmi, in fondo sono nato da due idee, io! La prima di Andrea,
la seconda del signore che scrive storie. La prima, sotto molti aspetti,
è l’idea più importante. Se Andrea non mi avesse
disegnato, il signore non avrebbe potuto scrivere una storia su di me.
Andrea mi ha dato una forma, un corpo, i colori bellissimi di cui vado
fiero.
Però anche l’altra idea è importante. Solo la storia
mi ha dato il mio nome, il mio carattere, i miei amici serpenti, la
sabbia del deserto dove si trova la città sotterranea dei serpenti,
la casa disabitata tra le dune… in breve: L’avventura misteriosa
che mi è capitata, o più in breve ancora: una vita tutta
mia.
Ora morirai dalla voglia di saperne di più. Vuoi leggere la mia
storia? Eccola: [...]
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l'introduzione ed il primo capitolo in formato rtf
Georg
Maag
Presentazione
del libro
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